Abolire la Peer Review: le alternative

Abolire il sistema della peer review? 

Se sì quali sono le ragioni che ne giustificherebbero l’abolizione?

E con cosa potrebbe essere sostituito?

Il tema è oggetto di riflessione nella letteratura internazionale.

“Aboliamo il sistema peer review” (orig. Let’s abolish the Peer-Review System).

Il 4 dicembre, 2019, la piattaforma lavoroculturale.org ha riproposto la traduzione italiana di un commentary di Mieke Bal, originariamente apparso su Media Theory Journal. Nel pezzo, l’autrice critica il sistema della double blind peer review, ad oggi impostosi come default option per la quasi totalità delle riviste scientifiche, schierando contro di esso una decina di ragioni, quali la sua connaturata tendenza conservatrice (nelle idee e nelle gerarchie), o il tempo perso a effettuarla.

Is peer review a good idea?

È invece l’articolo proposto sullo stesso tema da Remco Heesen e Liam Kofi Bright sul British Journal for the Philosophy of Science (https://doi.org/10.1093/bjps/axz029).

Ovviamente la risposta è no, non lo è.

Nello specifico, Heesen e Bright comparano il sistema editoriale tuttora dominante, basato sul superamento di una double blind peer review come condizione necessaria per pubblicare articoli, con un auspicabile sistema più snello, parzialmente ispirato a quanto avviene già in discipline quali la fisica, dove ormai è prassi comune depositare (e citare) i preprint degli articoli in repository ad accesso aperto (es. arXiv). Heesen e Bright danno voce e forza a questa prassi indicandola come lo standard a cui tutte le discipline dovrebbero tendere – salvo che i “preprint” non andrebbero più chiamati né concepiti così: semplicemente, quando gli autori ritenessero pronto il loro manoscritto potrebbero ‘pubblicarlo’ caricandolo sul repository.

Infatti l’archiviazione di contenuti scientifici in repositories costituisce la seconda via per ottenere un accesso aperto al sapere scientifico e completa la pubblicazione in riviste ad accesso aperto.

Un repository è un sito web che raccoglie, preserva e diffonde la produzione accademica di un’istituzione (o di una disciplina scientifica), permettendo l’accesso agli oggetti digitali che contiene e ai suoi metadati.

I contenuti fondamentali sono le pubblicazioni derivate dalla ricerca (articoli di riviste, relazioni sulla ricerca, congressi, tesi di dottorato, ecc.), anche se in molti repositories si possono trovare informazioni accademiche di portata più ampia (materiale didattico, attività istituzionali, ecc.).

In generale i repositories contengono i testi completi di questi documenti sebbene in alcuni casi, si possano trovare solo i riferimenti perché i documenti sono ancora sotto diritti. La disponibilità del testo completo è una elemento basilare per permettere il raggiungimento degli obiettivi dell’accesso aperto.

Il Sito e la Rivista Scienze Biofisiche dell’Associazione Giampiero Ascani I.B.I. – Istituto Biofisica Informazionale nasce proprio con queste concezioni e caratteristiche.

Se questa nostra impostazione fosse seguita da altre riviste, la diffusione dei saperi sarebbe molto più ampia e non vi sarebbe certo il pericolo di perire (o almeno non necessariamente): semplicemente le riviste cambierebbero funzione, operando non più una selezione degli articoli “a monte”, bensì (per esempio) selezionando “a valle” una serie di contributi su uno stesso tema, andando a formare delle antologie ragionate su un argomento ritenuto di interesse o comunque si dovrebbero rimodellare in una visione prospettica più ampia.

Nel difendere la loro proposta, Heesen e Bright soppesano i benefici e i (presunti) costi che comporterebbe il passaggio dalla peer review al sistema da loro delineato. Trai benefici annoverano:

  • una più rapida e fluida condivisione del lavoro di ricerca
  • il tempo risparmiato ai revisori, che sarebbero liberi di riallocarlo per leggere ciò che preferiscono
  • un (eventuale) gender bias nel processo revisione, così come anche altri bias, verrebbero eliminati – banalmente perché non ci sarebbero più revisioni
  • un’emancipazione dall’egemonia economica dei grandi gruppi editoriali privati, che con lo smantellamento (o rivisitazione) del “mercato del prestigio” delle riviste scientifiche vedrebbero limitato il loro (stra)potere. Le funzioni di copyediting e di manutenzione degli archivi, auspicano Heesen e Bright, potrebbero essere riassorbite all’interno delle istituzioni di ricerca, producendo verosimilmente un notevole risparmio;
  • alleviare il fenomeno del publish or perish, che nuoce alla ricerca e a chi la fa, spostando il focus della valutazione dei curricula da considerazioni di breve termine (“quali riviste hai espugnato?”) a considerazioni di lungo periodo (“quale impatto ha avuto la tua ricerca sulla comunità?”, eventualmente misurato in termini bibliometrici – anche se gli autori lo sconsigliano), o di valutazioni nel merito (parte del tempo risparmiato come revisori potrebbe essere riallocato a leggere davvero i lavori dei candidati);
  • ridurre il potere centralizzatore e non di rado conservatore dei ‘gatekeepers’, cioè delle élite scientifiche che ‘presidiano’ l’accesso alle riviste più prestigiose.

Heesen e Bright procedono poi discutendo alcuni presunti ‘contro’ dell’abolizione della peer review, decostruendo l’idea che sia all’altezza di alcune funzioni che le si attribuiscono, o mostrando come queste funzioni sarebbero meglio svolte altrimenti:

  • La funzione di garanzia di qualità. La presunta affidabilità degli articoli scientifici che hanno passato un processo di revisione, tanto presso i colleghi quanto presso il grande pubblico, merita un’attenta riconsiderazione alla luce del recente dibattito sulla crisi delle replicazioni e dei numerosi casi di frodi o errori che producono numerose retractions anche – forse soprattutto – nelle riviste più prestigiose. A questo punto, meglio forse abolire la peer review e con essa l’eccesso di fiducia negli articoli che l’hanno passata.
  • La funzione di segnalare (e ordinare gerarchicamente) la qualità. La gerarchia delle riviste tuttora vigente presumerebbe di ordinare gli articoli in base a qualche scala meritocratica di qualità e rilevanza. Heesen e Bright (e la letteratura che evocano) offrono però ragioni di pensare che il rationale di queste gerarchie sia infondato, e a prescindere da questo, che questo sistema fortemente gerarchico per guidare l’attenzione dei ricercatori verso certi contributi piuttosto che altri non sia efficiente.

Heesen e Bright d’altro canto invitano alla cautela rispetto a un effetto positivo che ci si potrebbe aspettare dalla loro riforma: la riduzione dell’effetto gregge, ovvero della tendenza dei ricercatori a seguire le mode del momento. Infatti, se da un lato la “censura” delle idee eterodosse operata dall’esterno (dai revisori) verrebbe meno, in qualsiasi sistema di allocazione del credito basato sul riconoscimento dei pari i ricercatori potrebbero finire per riprodurla internamente, in forma di auto-censura, al fine di intercettare il plauso dei colleghi.

L’eventuale tallone d’Achille della proposta di Heesen e Bright, come essi stessi ammettono, potrebbe essere relegato a quello che viene chiamatol’effetto San Matteo. Descritto per la prima volta da Robert Merton, fondatore della sociologia della scienza, per indicare il fenomeno per cui ai ricercatori che godono di maggior prestigio sarà più facile ottenerne altro rispetto a coloro che ne hanno meno, l’effetto prende il nome da un celebre passo del Vangelo di Matteo (25, 29): “Perché a chiunque ha sarà dato e sarà nell’abbondanza; ma a chi non ha sarà tolto anche quello che ha”. Ora, nel vigente sistema di peer preview pre-pubblicazione, le pagine di una rivista prestigiosa costituiscono una vetrina dove anche l’articolo di un giovane ricercatore può, a patto di superare il vaglio dei revisori-gatekeeper, ottenere l’attenzione di altri scienziati. Rimodulare la struttura e i servizi delle riviste potrebbe significare che i giovani ricercatori vengono privati di questo strumento: pur in assenza di dati, Heesen e Bright ammettono che questo potrebbe essere un problema. E tuttavia, non un problema insolubile: parallelamente all’abolizione della revisione pre-pubblicazione si potrebbero infatti allestire altri sistemi per garantire al lavoro dei ricercatori una certa visibilità (o quantomeno: rendere questa visibilità contendibile).

La soluzione ha questa problematica si risolve, come nel nostro caso, in riferimento al sito e alla rivista Scienze Biofisiche, attraverso una indicizzazione multicanale del sito e degli articoli.

La reperibilità e visibilità degli articoli è ciò che fa la differenza ed è su questo piano che si gioca il futuro delle pubblicazioni scientifiche attraverso un processo ampio e articolato diffusione dei dati e metadati.

Per ciò che possiamo lavoriamo in questa direzione con pubblicazioni scientifiche che tutti possano pubblicare ed essere visibili a tutti e fruibili in modalità Open Access.

Dir. Scientifico I.B.I.
Roberto Fabbroni

Riferimenti:

Dato l’interesse che ha suscitato, l’articolo è stato messo a disposizione in accesso aperto dall’editore della rivista (Oxford University Press) purtroppo solo fino al marzo 2020: http://oxfordjournals-marketing.oup.com/q/1HuYoMjwMZrFxwWItS9Ij/wv?fbclid=IwAR1kBsaxdFDqpv8OU5dLPMayQKXTAeGSSA6VOPsiUJ5XMadlQ90ldef0qCg. Un’altra fonte è il repository della London School of Economics all’URL http://eprints.lse.ac.uk/101242/.

Collezione ragionata di articoli depositati su ArXiv e già adottato da almeno un paio di riviste, dette overlay journal: Quantum e Discrete Analysis.

Merton, R. K. (1968). The Matthew effect in science. Science, 159(3810), 56-63.

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