La parola stessa, Di-pendere, svela il suo mistero: evoca l’immagine di un pendolo, un’oscillazione continua. Quando si insidia dentro di noi il bisogno di dipendere, si crea un varco profondo in cui noi iniziamo a dare un significato a noi stessi solo attraverso il senso che pensiamo di trovare nell’oggetto, nella sostanza o nella relazione da cui ci sentiamo legati.
Ma perché si crea la dipendenza, e cosa attiva questo nostro proiettarci fuori da noi per sentire un senso solo attraverso ciò che è esterno?
La psicologia ci insegna che il trauma (dal greco trauma, “ferita”) non è l’evento tragico in sé, ma la risposta psicologica e fisiologica a un evento che la persona percepisce come una minaccia alla propria integrità fisica o psichica. La dipendenza si fa strada esattamente dentro la frattura che questo evento doloroso e traumatico ha segnato nel tempo. Quando non riconosciamo in noi stessi le abilità e il valore necessari per affrontare quel dolore, la mente ci orienta alla ricerca di qualcosa fuori che possa riattivare artificialmente quel valore e quella capacità.
È proprio qui che si insinua la trappola. Anziché sostare sul dolore — che se accolto potrebbe rivelarsi un vero e proprio portale di conoscenza e di ricongiungimento con il proprio valore e con la propria essenza d’anima divina — ci si illude che l’unione possa avvenire con altre sostanze, siano esse l’alcol, i farmaci, il fumo, il cibo o le relazioni dipendenti.
Il trauma innesca sempre separazione e frammentazione, fratture che possono poi delinearsi e manifestarsi attraverso diverse dinamiche di attivazione, come l’ingiustizia, l’abbandono, la perdita, l’umiliazione, il tradimento o l’esclusione. Per l’essere umano, la dipendenza diventa una modalità disperata di curare quel bambino interiore attraverso la delega del proprio Sé ad altro o ad altri. Così facendo, apparentemente si lenisce il dolore, si crede di aver trovato una sorta di tregua, ma in realtà si vive in uno stato di mera sopravvivenza.
La via per riprendere la propria totale autonomia risiede nel comprendere che quella ferita dinamica — che cerchiamo di placare con le sostanze o con le relazioni — è in verità il portale da cui partire per riconoscere parti di noi frammentate e ritrovare in noi la propria autenticità di essere. È da lì che si riscoprono il proprio valore e le proprie abilità innate, ed è lì che si incontra la propria frequenza di luce, quella che si manifesta con l’espressione libera di sé, finalmente sciolta dalle credenze create dalle dipendenze.
La vera via è non cedere all’esterno quando dentro ci si sente oscillare. Si tratta invece di lasciar vibrare quell’oscillazione, cogliendone ogni sfumatura e comprendendo che quelle vibrazioni, se guardate con amore e senza giudizio, si placano da sole, ritrovando naturalmente il loro centro nell’unione profonda con se stessi e con la propria Anima.
Dott.ssa Deborah Leanza
Psicologa e Counselor – debo.leanza@gmail.com





















